Quando sui giornali mi capita di leggere la notizia di un attentato suicida da parte di fanatici
religiosi, contro civili inermi, rimango doppiamente attonito.
Principalmente per l’atrocità e la futilità del gesto, in quanto non posso credere che si possa
assassinare o torturare delle persone in nome di una divinità, almeno che essa non sia maligna.
L’altra questione che mi lascia basito, evidenziando l’ignoranza a la pochezza della stampa di
regime, è sentire definire questi vili pazzoidi come Kamikaze.
I Kamikaze, il vento divino, quelli veri, erano principalmente avviatori, ma anche fanti e marinai
dell’esercito imperiale nipponico, che osservavano fedelmente l’antico codice d’onore dei samurai,
da secoli parte della loro tradizione spirituale e disciplinare.
Il rapporto che i giapponesi avevano con la morte era più leggero, essi la temevano come qualsiasi
essere umano, ma non ne erano terrorizzati, poiché la consideravano come parte integrante della
vita stessa.
Per un samurai cadere in battaglia o togliersi la vita a causa del fallimento di una missione
importante o per una sconfitta subita, lo rendeva in tutti i casi degno di onore e rispetto anche da
parte dei suoi nemici.
Quando nel 1945 per l’impero del Sol Levante la guerra era chiaramente perduta, i pochi piloti
sopravvissuti ai numerosi combattimenti nel Pacifico, capirono che non era più possibile fermare o
rallentare l’avanzata della flotta e dell’esercito nemico con la guerra convenzionale, poiché la
superiorità numerica e tecnologica americana era divenuta schiacciante.
Tuttavia malgrado questa evidenza, per questi samurai era impensabile che il nemico potesse
bombardare e occupare Yamato, il sacro Continente.
Essi erano consapevoli che presto il nemico sarebbe stato in grado di bombardare selvaggiamente le
loro città, di colpire le loro famiglie, come infatti in seguito accadde, culminando con l’orribile e
vile olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki.
Quindi ne odio e tanto meno fanatismo, vi era nel gesto di quei prodi, se non la preoccupazione per
le sorti della loro patria e delle loro famiglie.
Il sacrificio della loro vita come estremo gesto d’amore.
Vorrei ricordare senza timore di smentita, che i loro attacchi erano indirizzati esclusivamente contro
obbiettivi militari.
Niente a che fare con l’odio cieco dei fanatici religiosi di ogni fede e di ogni tempo, la quale anima e
destinata a dissolversi nel vergognoso oblio.
Gli ultimi samurai vivranno invece in eterno nel giardino degli eroi tra i ciliegi in fiore.
Adriano


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