La prima nevicata di questo gelido autunno, risveglia dentro di me meraviglia e ricordi legati a
questo fiabesco fenomeno meteorologico.
Chi ha la mia età ricorderà quando da bambini assistemmo alla grande nevicata del 1986, che
seppellì la vecchia 126 di mia madre per una settimana, e ci diede materiale per costruire pupazzi
per settimane.
Come dimenticare la rudimentale slitta costruita da mio padre con un cartone e un cordino, da cui
mi lanciavo, proprio quell’anno, dalla collinetta che c’era di fronte all’ospedale Sant’Anna, prima che
ci costruissero il sottopasso.
Naturalmente mi rammenta di tutte le volte che ci ho giocato con il mio Volodja, tirandoci palle di
neve e lanciandoci con lo slittino, nell’imbiancata L’viv.
Per gli amanti degli sport invernali, sono indimenticabili le imprese degli atleti della Valanga
Azzurra.
Ma la neve può anche mettere a dura prova o fare paura.
Chi ha letto il mio recente articolo ricorderà del mio timore nell’affrontare la neve durante la dura
scalata di Rocca Patanua.
Quanti fratelli alpinisti ne sono stati inghiottiti per sempre nel suo eterno abbraccio.
Come dimenticare i racconti del mio bisnonno Silvestro, sui duri inverni trascorsi dentro una trincea
innevata, tra il 1915 e il 1918, per difendere i sacri confini.
Nella letteratura in fine, mi viene in mente l’episodio del Parsifal, in cui un anatra ferita lascia
cadere delle gocce di sangue sulla neve che le da un colore roseo.
Quella macchia gli ricordava il colore del viso della sua amata, e la sua mente e il suo sguardo si
perdono in essa.
Proprio come il mio sguardo si perde ogni volta che cade sul candido manto di neve sulle montagne,
che accende il mio cuore e perde i miei occhi sulla sua purezza
Adriano


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