Diari di viaggio del Maestro Shifu (7ma puntata)
4 Marzo 2017
Quando da bambino passavo le estati nella casa di mia nonna sulle colline di Salerno, spesso la sera
mi incantavo nel guardare il cielo stellato, domandandomi quanto fossero lontane e quale fosse la
mia.
In città tutte quelle stelle non le vedevo mai, forse perchè noi abitanti di quegli orribili quartieri di
cemento abbiamo smesso di cercarle o semplicemente di meritarle.
Per poterle riabbracciare sono venuto con un amico a Rocca Patanua, un gigante della Val di Susa
che fino ad oggi ho potuto sognare di scalare solo guardandolo su una cartina.
I miei occhi rivolti al cielo notturno si perdono nell’infinità dello spazio immenso, a trent’anni posso
avere perso l’innocenza, ma gli occhi con cui osservo le stelle da questa montagna, sono gli stessi di
quando ero bambino.
Camminare e trovare il sentiero al buio è abbastanza rischioso, avanziamo con fatica e prudenza.
Ma dopo un ora ecco spuntare come per magia l’alba, che lentamente ci restituisce la visione
stupenda delle Alpi circostanti immerse nel cielo.
Ora anche la nostra Rocca Patanua si vede chiaramente, sotto e sopra di noi, dandoci l’idea di cosa
ancora ci aspetta.
Rinvigoriti dallo spettacolo del sole che sorge, riprendiamo il cammino, passando tra vecchi alpeggi
e quel poco di vegetazione che rimane attaccato alle rocce a queste quote.
Quando arriviamo in vista della cima, a sbarrarci il cammino è un lungo tratto immerso nella neve.
Avanziamo lentamente e con grande fatica, con la neve che ci arriva fino ai fianchi, mi viene da
pensare a quanto sia bella vederla sulle cime da Grugliasco nelle giornate limpide, e quanto faccia
paura adesso che rischiamo di sprofondarci fino al collo.
La montagna è viva ed imparziale, detta le sue regole e non guarda in faccia a nessuno.
La si può ingannare scalandola con una funivia o con un veicolo, ma quando si arriva lassù con quei
mezzi e non con le proprie forze, non si raccoglie quasi nulla a livello emotivo e spirituale.
Adesso che siamo giunti in cima seduti su uno sperone del gigante, a più di 2500 metri, guardo giù
il panorama con gli stessi occhi felici di quando vedevo le stelle dalla casa di nonna.
Eccolo il vero dono della montagna, avermi restituito per un giorno gli occhi del fanciullo.



Lascia un commento