LA SOLITUDINE DEL CAMPIONE

La scalata in bicicletta di una montagna è sempre stato per me, un momento di sport e di legame
spirituale con le dimore eterne degli Dei.
Arrivare in cima, solitario, mi ha sempre donato la sensazione della solitudine del campione.
Questo era stato uno dei tanti pensieri che mi attraversavano la mente, quattro anni fa, mentre
passavo i pomeriggi e le notti in quella corsia di ospedale.
Avevano ricoverato mio padre di urgenza, per una operazione dagli esiti non certi, solo il tempo
avrebbe stabilito la riuscita dell’intervento.
In quella corsia ero solo come sulla montagna, pieno di pensieri, senza un compagno di squadra, un
amico, un parente, che mi sostenesse, che mi incitasse a non mollare, che mi desse una pacca
fraterna, in quel momento di crisi in cui mi sentivo svuotato di forze e di spirito.
Anche il campione ogni tanto va in crisi.
La vita, i ricordi, gli incubi, mi passano davanti come avversari che approfittano del mio momento
di debolezza per attaccarmi e lasciarmi, appunto, solo!
Le telefonate di chi vorrei avere affianco, fisicamente, mi paiono come gli incitamenti dei tifosi
sulla strada, vicini, forti, convinti, ma che si allontanano da me fugaci, come un soffio di vento
fresco in una torrida estate.
La salita è ancora lunga, te la devi cavare da solo campione!
Con il passare dei giorni i rapporti dei medici sono sempre più positivi, come lo sono quei cartelli
nelle gare in cui ti indicano che mancano pochi chilometri alla fine, ma proprio come in corsa, c’è
sempre la paura che qualcosa vada storto in vista del traguardo.
Quando sono uscito da quell’ospedale con mio padre sotto braccio, mi sono reso conto che
malgrado la mia vicinanza, era lui che aveva veramente dovuto lottare, contando sulla sua forza di
volontà, per uscire da quella corsia con le sue gambe.
Il vero campione era mio padre.
Adriano

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