Capitolo 4
Uno dei motivi che mi hanno avvicinato al ciclismo fin da bambino, forse è da cercarsi nella mia
passione per i romanzi cavallereschi, in particolare per quelli del ciclo arturiano.
Questa disciplina infatti è ciò che più si avvicina alla vita degli antichi guerrieri a cavallo, che con il
nostro “destriero” di alluminio o carbonio, con la nostra dedizione alla battaglia e al torneo, e con la
nostra vita da tormentati sognatori, ci rendono di diritto gli ultimi eredi dei racconti di Chrètien de
Troyes o di Wolfram von Eschembach.
Oltretutto, nel nostro sport esiste una sorta di codice della cavalleria, non scritto, che stabilisce le
regole del mutuo soccorso, sia materiale che morale.
Solo nelle gare ciclistiche, infatti, si può vedere un corridore dare un po d’acqua della sua borraccia
ad un avversario che ne è rimasto senza, soprattutto nelle fughe, storica è quella foto del passaggio
della borraccia addirittura tra Fausto Coppi e Gino Bartali.
Nelle gare amatoriali molto spesso ci si scambia anche cibo e si incoraggia un corridore in
difficoltà, anche se è un avversario.
In una gara di più di dieci anni fa, mi è capitato di dovere scartare una barretta energetica a un
ragazzo talmente esausto, da non riuscire a farlo da solo.
Per non parlare di tutte le volte che mi è capitato di dare primo soccorso a corridori caduti e rimasti
feriti.
In una gara nel novese, ricordo di essere caduto dentro un canale di irrigazione, a causa delle
raffiche di vento, e di esserne uscito grazie ai soccorsi offertami da una coppia di ciclisti, marito e
moglie, di cui da allora sono diventato amico.
Nel ciclismo capita spesso che grazie a questi episodi nascano grandi amicizie.
La verità è che per la maggior parte dei ciclisti amatoriali, la gara o la semplice scalata di una
montagna, non è una guerra contro qualcun’ altro, ma una serie di sfide a se stessi e ai propri limiti,
un modo per sentirsi vivi.


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