LA LEZIONE DELLO STELVIO

CAPITOLO 3°

Non si può andare in crisi il giorno in cui sto realizzando uno dei sogni della mia vita, la scalata
dello Stelvio, la Montagna sacra al ciclismo, con i suoi 48 tornanti e coperta dalle sue nevi eterne.
Scalare questa divinità per me era il giorno dei giorni, uno dei grandi sogni fin da quando ero
ragazzino, come per un tennista giocare a Wimbledon o per un calciatore andare a Wembley.
Quella domenica di giugno lo sto affrontando con il numero di gara sulla schiena, dopo molti
chilometri di gara nelle gambe e con l’entusiasmo di un fanciullo.
Ma ecco che dopo pochi chilometri di scalata, mi coglie maligna e improvvisa una di quelle crisi di
stanchezza improvvisa, probabilmente dovuta alla tensione accumulata prima e durante l’evento o
per un non perfetto stato di forma.
Così improvvisamente le forze mi abbandonano, alleggerire i rapporti della bici e mangiare il gel
non mi da quasi nessun beneficio, niente, crisi nera.
Mi fermo a pensare un lunghissimo minuto, mentre altri corridori mi raggiungono e sorpassano, mi
paiono ombre nere, nere come lo spettro della sconfitta che invade la mia mente.
Riparto di istinto lentamente, di ritirarmi non se ne parla neppure, è quello il mio giorno per
affrontare la Leggenda, non vi saranno altre occasioni.
In quel mio calvario, non c’era nulla della romantica narrazione del ciclismo, non c’era amore nel
mio cuore, non c’era posto per gli Dei nel mio spirito, solo un istinto primitivo, bestiale, rabbioso.
A spingermi era solo la vanità, la rabbia interiore al pensiero del fallimento e altri demoni interiori
indescrivibili.
Un tornante dopo l’altro divoro rabbiosamente l’asfalto, logoro il mio corpo e la mia anima, arrivo
all’altezza dei famosi muri di neve a bordo strada, quelli che incrociava Fausto Coppi nelle sue
trionfali cavalcate, ma io di Fausto in quel momento, avevo solo i tormenti e le angosce che hanno
caratterizzato la sua breve vita.
Arrivo finalmente in cima in stato ipnotico, alzo il braccio istintivamente in segno di vittoria.
Poi per fortuna mi si avvicina un signore che fa parte dell’organizzazione, mi fa i complimenti e mi
consegna il berretto da ciclista commemorativo, che quel giorno veniva dato a chi tagliava il
traguardo.
Forse lo sguardo di quell’uomo anziano, con il suo sorriso e i suoi occhi mi fecero pensare a mio
padre, così mi svegliai dal mio stato ipnotico, la rabbia svanì e nel ringraziarlo mi sentii liberato da
tutte le negatività.
Poi torno giù a valle, finalmente felice, consapevole che spesso nella vita, si deve contare solo sulle
proprie forze.

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