Qualche anno fa, mentre leggevo un quotidiano seduto su una panchina nel viale principale del
paese della mia famiglia, un signore anziano che chiacchierava con altri coetanei, mi si avvicinò
chiedendomi quale fosse la mia famiglia.
Nulla di strano, in quel paese della Sicilia centrale in mezzo alle montagne, un forestiero da subito
all’occhio, ma era altrettanto evidente dai miei tratti somatici che appartenevo a quella terra.
Gli dissi il nome, anzi, il soprannome della mia famiglia, poiché la numerosa presenza in paese di
famiglie con il nostro cognome, ci rende riconoscibili solo dal titolo appioppatoci per chissà quale
antico motivo.
L’anziano mi disse di conoscere la mia famiglia e di ricordare mio, nonno Nino “Tavenna”,
muratore esattamente come lo era stato il mio bisnonno e forse tutti i miei avi.
Una famiglia onesta e lavoratrice, come si direbbe in paese.
Nino il muratore era conosciuto da tutti in paese, come molti viveva in una povera casa, possedeva
solo due vestiti e si spaccava la schiena quattordici ore al giorno per dare l’indispensabile alla
famiglia.
Ma sapeva chi era, sapeva che apparteneva a quella terra e viveva, come i suoi antenati, in simbiosi
con le sue montagne.
La mia famiglia, come molte altre del paese, negli anni passati ha deciso di abbandonare quelle
montagne, per inseguire il miraggio della vita migliore altrove.
Oggi abbiamo case riscaldate e con la corrente elettrica, non andiamo più al pozzo a prendere
l’acqua, abbiamo più cibo di quanto ne occorre.
Ma non abbiamo trovato la felicità, abbiamo sviluppato malattie come la depressione un tempo
sconosciute al mondo contadino, abbiamo abbandonato la terra per morire lentamente nelle
fabbriche e negli uffici, sempre in attesa del fine settimana, agonizzando tra i centri commerciali e
le vasche in centro.
Ma soprattutto non apparteniamo alla terra che ci ospita, e siamo ormai stranieri, forestieri, nelle
nostre terre di origine, che abbiamo abbandonato per inseguire il benessere materiale, senza pensare
a quello spirituale, molto più importante.
Ancora peggio è per gli stranieri immigrati, le nuove risorse a basso costo del mercato globale.
Auto isolati nei loro ghetti, pieni di negozi e di locali tipici del loro paese, si illudono di riprodurre
così il loro habitat naturale, ma di generazione in generazione sviluppano solo rabbia e frustrazione,
sviluppando la paranoia di essere sempre gli ultimi della società.
I figli delle prime generazioni poi, sono ancora più depressi e arrabbiati dei loro genitori che per lo
meno possedevano ancora il loro bagaglio culturale.
Così si perdono, inventandosi magari nuove e artificiose identità rapper, in stile sradicato made in
U.s.a. Senza trovare tuttavia vera pace e una solida identità.
Hanno voglia i profeti della globalizzazione ad abbaiare che siamo i nuovi piemontesi, i nuovi
italiani o altro.
La vera identità risiede nel nostro sangue, nelle nostre profonde radici culturali e nelle nostre terre
di origine, che sono il nostro spirito e il nostro cielo, proprio come lo erano per Nino “Tavenna”.
ADRIANO


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