Io e Marco avevamo due passioni in comune, la bicicletta e la montagna, sarà per questo che anche se non ci siamo mai conosciuti, siamo diventati subito amici.
Lui però aveva un qualcosa fuori dal comune che io ammiravo, il coraggio.
Non solo quello di lanciarsi all’assalto di montagne gigantesche, ma anche quello di metterci sempre la faccia, per difendere i suoi colleghi del Gruppo, che avevano scelto la sua stessa passione come lavoro, pur sapendo lui, che essi, erano sulla strada suoi avversari, che avrebbero tratto giovamento e profitto dalla sua caduta.
E’ fu proprio quel coraggio di sfidare i potenti che reggevano il teatrino di quel mondo, che causarono la sua rovina, che si vendicarono della sua sfrontatezza, che dopo averlo portato aglialtari, lo scaraventarono nella polvere.
Marco e i suoi colleghi non erano innocenti, ma allo stesso tempo erano vittime di un sistema, quello del doping, che gli era stato imposto da chi ora li condannava, e che loro avevano dovuto accettare, per non vanificare anni di sacrifici e rinunce, a cui si erano coraggiosamente sottoposti fin da bambini, per realizzare il loro sogno.
Marco non accetterà mai l’umiliazione inflittagli dai potenti, e il vile silenzio di chi aveva difeso a suo discapito.
Morirà dopo cinque anni, appena trentenne, ucciso lentamente dalla cocaina, dalle illazioni, dai cattivi consigli dei suoi falsi amici.
Chi invece combatte da anni con un coraggio da leoni è Tonina, sua madre, alla ricerca non solo della verità sull’omicidio del figlio, ma anche di quella mai chiarita dei fatti che precedettero la sua squalifica nel 1999.
Penso che per un genitore sia già un atto di eroismo supremo riuscire a sopravvivere alla perdita di un figlio, personalmente non ne sarei capace.
Mamma Tonina oggi rappresenta una fondazione intitolata a suo figlio che raccoglie fondi a scopo benefico e invita i giovani a perseguire uno sport sano.
Sicuramente quella forte donna avrebbe preferito avere un figlio vivo che un immortale mito dello sport.
Un po di senso di colpa c’è l’ho pure io, che quando correvo nelle categorie minori, sapevo, sapevamo tutti, che anche nel nostro ambiente girava “merda”, che soprattutto quelli che vincevano ne facevano largo uso.
Avrei, avremmo dovuto urlare, denunciare, rifiutare quello schifo, ma abbiamo scelto la viltà e l’omertà, per salvare il circo che alimentava la nostra vanità.
Solo adesso che sono uscito dal circo, comprendo il senso della battaglia di mamma Tonina e finalmente la bicicletta è tornata per me, quello che era da fanciullo, un paio di ali per volare e sognare.
Adriano


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