“Oh Bianconiglio, posso rimanere qui con te ancora fino a domani? E domani poi vediamo se posso fermarmi ancora? Sto così bene e ti voglio mio per sempre”.
Alice era ossessionata da quell’amore non corrisposto e cercava ogni cavillo per goderselo ancora un’ora, ancora un giorno, un’eternità. Ma il Bianconiglio non voleva fermarsi con lei, aveva sempre fretta di riprendere la sua strada in solitudine, oppure in compagnia di altre donne, ma non con lei.
Troppo piccola, troppo alta, troppo troppo, come soleva incalzarla per dissuaderla, e lei ne pativa terribilmente.
Godeva degli istanti in cui stavano insieme, come fossero gli ultimi respiri della sua vita.
Così, a pieni polmoni. E lui, proprio come nel mondo al contrario, teneva d’occhio il suo orologio da polsino con la fibra in cuoio ed il quadrante in oro.
“È tardi Alice, vai a casa, è ora di tornare a casa. Ti voglio bene da morire, ma tu con me non puoi, non devi, io sono un’altra cosa”. Ma quale casa poi?! Il suo nido era lì con lui. Una casa come quella delle fiabe, grande abbastanza da contenere tutti i suoi sogni. Era fatta tutta in legno scuro, mobili e pensili, travi enormi attraversavano il soffitto a volte di mattoni a vista. Una cucina fornita di tutto, una camera da letto color proibito, ed un terrazzo meraviglioso a filo tra i tetti delle case limitrofe, incastrato tra i coppi antichi, accogliente zona di puff esotici e lanterne arabe. Poteva perdersi in quel terrazzo. Ci faceva l’amore per ore, le grigliate di carne e persino il pisolino pomeridiano.
Quale altra casa poteva farla sentire perfettamente al contrario e finalmente nel verso giusto….?
Ma Alice non osava contraddirlo per non perderlo e pur soffrendo la solitudine più obbligata, aveva imparato ad accettare, o almeno ci provava.
“Alice?! Alice mi stai ascoltando?! Oh…. Alice…. non hai sentito mezza parola del mio discorso…” la rimproverava la mamma una volta giunta a casa sua. No. Non ascoltava più nessuno. Viveva in un limbo. Si specchiava in camera sua, a distanza di sicurezza per non farsi risucchiare dal suo mondo di fantasia, ma si vedeva bella. Più bella. Forse con qualche ruga in più, quelle d’espressione che aiutano ad incorniciare le smorfie di bocca e occhi. Si piaceva così, ma si vedeva senza un pezzo. Come a metà, incompleta. Alice voleva il suo Bianconiglio accanto, solo per lei, doveva riuscire a conquistare quell’uomo perennemente in fuga. Era stato l’incipit della sua trasformazione, non poteva però essere stato solo questo.
Così Alice diventò oppressiva, ossessiva, onnipresente, oltremodo invadente. Sapeva a memoria ogni suo spostamento, ne controllava le modalità, si faceva trovare casualmente nei suoi stessi movimenti, ma con empatia di chi non è casuale sia li. E in poco tempo lo perse. Chi troppo vuole, nulla stringe. Pensava in lacrime. Si trovò sola, come nella stazione ferroviaria dove si erano conosciuti. Persa nella nebbia ancora una volta. E questa volta, però, nessuno ad aiutarla. Nessuno.
Cosa si può fare quando si è fottutamente disperati e senza saper più dove andare? Ci si rifugia in qualcosa di bello. Lo specchio. Alice iniziò ad attraversare il suo dannato specchio. Ancora. Ancora, ancora e ancora. Le sembrava di poter non pensare, di non star bene, di non stare. Ecco. Il non stare, era il rifugio ideale, perché non devi ammettere di aver perso, non hai nemmeno vinto, stai lì ed il tempo non è altro che una bugia. Ed intanto lo era. Chi aveva inventato il tempo? Come si può delimitare un’immateria eterna dentro dodici numerini? Intanto, dove tutto non è, il tempo non esiste ed Alice poteva continuare a piangere senza farsi vedere da nessuno, senza che nessuno si accorgesse del suo malessere. E poteva anche ridere di nulla, mangiare i funghi che ti fanno rimpicciolire, parlare con i fiori. Non crescere più.
Buon viaggio nella Rubrica di Alice


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